Capitolo VI

Moderna gestione delle Risorse Umane

Negli ultimi decenni si è riconosciuta un'importanza strategica primaria alle modalità di coinvolgimento nella attività aziendale di tutto il personale (indicato, appunto, con il termine "Risorse Umane" dalla terminologia inglese "Human Resources"). È fuori dubbio infatti che dal proporsi della popolazione aziendale rispetto al contesto della azienda e verso l'esterno, nonché dalle condizioni di "vita" all'interno della unità produttiva discenda una maggiore o minore resa in termini di produttività e, in definitiva, in termini economici e di bilanci finali. Senza contare che tutta la materia ha anche una rilevanza non meno significativa dal punto di vista delle etiche sociali, alle quali il mondo della produzione sembra essere sempre più attento. In altre parole benessere aziendale e profitti produttivi sono concetti che spesso vanno di pari passo.

Aldo Carpineti

Aldo Carpineti
È nato a Genova il 12 ottobre 1949. Dopo la gioventù genovese, liceo Classico e laurea in Giurisprudenza ha fatto del cambiamento un modo di vivere; si è spostato per lunghi periodi nel Veneto e nelle Marche, tre anni a La Spezia, sedici in Toscana, per poi fare ritorno ogni volta alla vegia Zena. Prima sottotenente di vascello in Marina, poi funzionario aziendale nelle relazioni industriali, è stato anche manager di gruppi professionisti di musica classica, barocca, jazz. Ha pubblicato Stanzialità e Transumanze (2003) riflessioni in epigrammi su argomenti di varia natura, Finestre su Paesaggi Miei (2004) due racconti di cui il secondo è un noir, La casa con le vetrate (2006), Un amore Maturo (2012). Fra tutte le cose che fa abitualmente non cè nulla che gradisca quanto sedersi al tavolino di un caffè o di un ristorante in compagnia della figlia Giulia.

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Feb 2

Capitolo VI

Globalizzazione

di Aldo Carpineti

capitolo vi

Sono comodamente sprofondato nella poltrona del mio studio, lo sguardo vagamente rivolto verso il soffitto a stucchi, la finestra aperta sul giardino, la radio del vicino trasmette musica rock anni ’70, il frastuono delle auto in strada, la colf assolve con movimenti veloci alle sue funzioni casalinghe, il computer si oscura automaticamente dopo alcuni minuti consecutivi di inattività…. Abitualmente, nello stesso momento, ognuno di noi è bombardato da un numero enorme di impressioni, di informazioni, di messaggi, con parola modernamente anglosassone ‘di input’, persino quando sia in condizioni di apparente riposo. L’immobilità assoluta è incompatibile con la vita, nessuno può pensare di vivere senza ricevere, ed anche senza scegliere, a meno che non decida di annientarsi. Anche il classico monaco tibetano, assorto in meditazione sulla montagna, esprime una propria volontà di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Di istante in istante tutti i messaggi che riceviamo cambiano forma, trasmutano: il giardino trasforma lo stormire delle foglie, la musica del vicino sussegue una nota dopo l’altra, il rumore del traffico cresce di intensità, il mio sguardo si sposta dal soffitto alla parete, dove è appeso il quadro di un pro-zio e ne osserva i particolari, spostando rapidamente la sua attenzione dall’uno all’altro……..

Ogni singolo attimo della nostra vita ci trasmette innumerevoli informazioni anche senza che ce ne accorgiamo o che vi poniamo attenzione, ma noi le metabolizziamo e le elaboriamo istantaneamente dando loro significati razionali e significati emotivi ed esse contribuiscono tutte insieme a determinare il nostro modo di essere, il nostro benessere o malessere e le predisposizioni relative che ci appartengono nell’attualità. Queste elaborazioni hanno interazioni tra loro, sulla nostra conoscenza e sui nostri atti successivi: ogni singolo, minimo momento della nostra vita determina le modalità di quello successivo e questo è figlio del precedente: da un singolo momento infinitesimale dipende tutta la nostra vita futura che avrebbe una storia diversa se preceduta da momenti vissuti di diverso contenuto. Un numero enorme di input, istantaneamente, connessioni oggettive e soggettive fra di essi, una concatenazione unica e irripetibile nel suo verificarsi. Gli “status” presenti contemporaneamente si influenzano reciprocamente ed influenzano quelli futuri ed i nostri atti. I grandi passi compiuti dalla tecnologia hanno creato queste condizioni, i più rapidi collegamenti tra i paesi, i flussi migratori, le aziende multinazionali hanno fatto il resto.

Le azioni e le conoscenze hanno un effetto a sasso nello stagno, il cerchio si allarga concentricamente e incontra le realtà degli altri che, in conseguenza, hanno una reazione simile, anche se non necessariamente di egual segno; il processo, essendo reciproco, teoricamente si moltiplica all’infinito, si esalta all’ennesima potenza; anche se, in pratica, la spinta di ogni forza va esaurendosi gradualmente, si generano continuamente nuovi dinamismi, l’azione o semplicemente il modificarsi di uno provocano una rivoluzione globale. Così il movimento universale, che è moto perpetuo, fa accadere attorno a ciascuno di noi quello che sembra dovuto al caso, ma che casuale non è.

Se questa è una realtà verificabile a livello “micro”, tanto più, nel mondo di oggi, lo è a livello “macro”: le popolazioni africane e dell’est si spostano verso la vecchia Europa e le rispettive culture ne sono vicendevolmente influenzate, mentre le resistenze locali a questi fenomeni appaiono destinate a crollare come le mura di Gerico. In Europa cresce il mito del buddismo, il paganesimo ateo invade la Francia, i cristiani guadagnano impensati proselitismi fra gli induisti……

Trasformazioni che chiamano trasformazioni: l’economia occidentale è in recessione, il debito pubblico USA è nelle mani dei cinesi e così le principali banche degli States; contemporaneamente in Cina ed in India si scoprono i valori della tecnologia, dell’industrializzazione, della libera organizzazione del lavoro e del capitale.

La parola “globalizzazione” pareva nata per esprimere un concetto economico ed invece sempre più rivela una condizione generalizzata a qualsiasi fenomeno; tutto è globalizzato, le relazioni, le conoscenze, le emozioni, le mode, gli spettacoli, le ideologie, le abitudini, l’intera vita sociale ed individuale.

Chiunque si soffermi a pensarci su, abbandonando la facile superficialità, si accorge che le infinite manifestazioni del mondo hanno fili che le rendono interdipendenti, ci sono nessi che hanno presenza comune fra tutte, che rappresentano le logiche di esse al di là delle singole contingenze: logiche comuni che si ripetono e si adattano ad ogni situazione: le situazioni sono continuamente differenti, le logiche che le collegano e che sottendono la fenomenologia globale sono comuni. Saper cogliere questi nessi fa la differenza fra la persona colta e l’erudito. Interpretare queste logiche è capire l’universo.

Il discorso vale tanto oggettivamente con riferimento alle “cose”, quanto soggettivamente con riferimento ai comportamenti delle persone.

Nel 2003 scrivevo (“Stanzialità e Transumanze”, ed. “La Tipografica Pesciatina”): “Credo che le entità che governano il mondo (e l’universo) siano sostanzialmente poche e tutto si rifaccia ad esse in una situazione di estrema varietà apparente dalla quale è però possibile, con un po’ di studio, riconoscere l’identità dei principi. Mi pare cioè, per fare un esempio, che si possa dire che le forze che attraggono due astri abbiano molto in comune con l’attrazione di due giovani innamorati, dal punto di vista fisico, e nell’economia della conservazione delle cose, della vita, in una parola”.

Saper cogliere i nessi e i principi comuni rappresenta il mezzo per costruire la nostra cultura, tanto nel campo filosofico, come in quello scientifico, tecnologico e, certamente, anche in quello del sapere industriale ed aziendale.

Moderni pensatori italiani che osservano la realtà sotto il profilo delle vicende economiche e lavoristiche come Alberto Munari e Walter Passerini scrivono: “….. questo mondo attuale sta diventando sempre più fortemente connesso, nel senso matematico del termine, tanto che qualsiasi evento potrebbe collegarsi con qualsiasi altro, indipendentemente dalla loro grandezza, importanza, natura o collocazione geografica….. in un mondo così fortemente connesso ogni azione deve essere pensata tenendo presente il più gran numero possibile di legami che essa potrebbe avere con le altre azioni, anche di natura molto diversa. Inoltre, un mondo così fortemente connesso diventa inevitabile e fondamentalmente imprevedibile, al punto che le uniche strategie di sopravvivenza possibili sono quelle che riposano sul cambiamento, sulla mobilità e sulla precarietà. In un mondo siffatto, chiunque sia responsabile di una qualsiasi impresa si renderà presto o tardi conto che non avrà più nessun interesse a mantenere nell’ignoranza e nella povertà i suoi interlocutori, o a distruggere la sua concorrenza. L’impoverimento altrui presto o tardi porterà anche noi alla povertà: il vecchio detto crudele ‘mors tua vita mea’ non funziona più – per fortuna – ma non perché siamo diventati improvvisamente più buoni: semplicemente perché non vi è più alcun luogo-tampone per nascondere e contenere la morte altrui e far sì che non contamini la nostra bella vita”(A. Munari, “Processi d’apprendimento e gestione del know-ledge nelle organizzazioni”). “La nascita e l’emergenza di una nuova cultura del lavoro espressiva è la dimostrazione di quanta strada abbia fatto nel lavoro la ricerca del senso. Mentre la società industriale contribuiva alla creazione delle identità collettive per differenza e su alcuni parametri, la nuova domanda di senso nel lavoro richiama condivisione, ricomposizione, una logica “e/e” più che “o/o”. La stessa ideologia pura della professionalità è soggetta a revisione, in quanto valore relativo. Anzi, potremmo dire che tutta la ricerca del senso è un’operazione di relativizzazione delle pratiche, delle culture e dei dettagli. Le performance individuali e collettive hanno senso non in sé, ma in quanto creano relazioni e risultati finalizzati al raggiungimento di un senso comune e condiviso (W. Passerini, “Le parole per dirlo: la ricerca del senso nelle organizzazioni”).

Per parte mia sono convinto che la cultura, e con essa la formazione aziendale, per crescere debba muoversi al tempo stesso nelle direzioni, che possono essere contemporanee, dello studio del relativo, che è individuale, e dell’oggettivo, che è collettivo. Dall’interpretazione contemporanea dei due opposti si può avvicinare il livello massimo di cultura che sia possibile a ognuno di noi. Dal momento che il vecchio termine “tuttologo” esprime ancor oggi (e tanto più oggi) un concetto inarrivabile per chiunque, la strada percorribile sarà da individuare nel capire i principi comuni delle cose, i nessi delle fenomenologie e le logiche plurivalenti di esse. Non soltanto per managers e dirigenti, ma per tutta la popolazione aziendale, cosicché ogni aspetto della formazione, della educazione produttiva ed anche personale possa prendere direzione nel senso più opportuno, che è poi quello della conoscenza.

Disponendo di queste basi il successivo passaggio necessario, che è l’acquisizione delle nozioni, trova uno sviluppo ordinato e semplificato. 

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