Capitolo XXIV

La casa con le vetrate

Tre famiglie della borghesia medio-alta ed alcuni personaggi non di contorno vivono amori, amicizie e professioni scambiandosi confidenze ed affetti; si può considerare un romanzo di costume figlio di un certo cinema francese degli anni ’70 cosiddetto confidenziale o intimistico di cui Michel Piccoli è rimasto l’interprete più significativo insieme ad un giovane Gérard Depardieu.
Il racconto si sviluppa nella periferia toscana ma, pur nella attenta e particolareggiata descrizione dei paesaggi, potrebbe avere ambientazione ovunque per la universalità dei temi trattati. Si osservano qui gli animi umani nelle loro relazioni geometriche più sottili e complesse e si fanno oggetto di una trama che si snoda in situazioni molto vicine alla realtà e particolarmente aderenti al mondo di oggi. La casa, che compare fin dalle prime battute del romanzo, ha un chiaro significato allegorico. Questo romanzo, il più conosciuto fra quelli di Aldo Carpineti, è stato scritto in parte nell’ultimo anno del periodo toscano dell’autore e per il resto contemporaneamente al suo rientro a Genova.

Aldo Carpineti

Aldo Carpineti
È nato a Genova il 12 ottobre 1949. Dopo la gioventù genovese, liceo Classico e laurea in Giurisprudenza ha fatto del cambiamento un modo di vivere; si è spostato per lunghi periodi nel Veneto e nelle Marche, tre anni a La Spezia, sedici in Toscana, per poi fare ritorno ogni volta alla vegia Zena. Prima sottotenente di vascello in Marina, poi funzionario aziendale nelle relazioni industriali, è stato anche manager di gruppi professionisti di musica classica, barocca, jazz. Ha pubblicato Stanzialità e Transumanze (2003) riflessioni in epigrammi su argomenti di varia natura, Finestre su Paesaggi Miei (2004) due racconti di cui il secondo è un noir, La casa con le vetrate (2006), Un amore Maturo (2012). Fra tutte le cose che fa abitualmente non c’è nulla che gradisca quanto sedersi al tavolino di un caffè o di un ristorante in compagnia della figlia Giulia.

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Dic 13

Capitolo XXIV

Capitolo Ventiquattresimo

di Aldo Carpineti

capitolo ventiquattresimo

Per i quattro giorni successivi il terzetto non si riunì, perché Nicole si spostò a Viareggio. Faceva in modo di fermarsi a Pescia nella prima metà della settimana ed essere nella cittadina litoranea ogni week end, così che Roberto potesse seguirla il sabato e la domenica, e rimanere solo il meno possibile. L’andamento delle vendite era più che soddisfacente: il negozio pesciatino aveva un nome e una tradizione tali in città che sarebbe bastata una gestione sostanzialmente avveduta perché la clientela continuasse a frequentarlo senza contraccolpi, anche soltanto per abitudine e forza d’inerzia; quello versiliese era stato ritoccato dalla gestione di Nicole in modo da proporsi alla variegata clientela con modalità che, già a breve termine, si erano rivelate azzeccate; aveva preso quota rapidamente ed era in continua ascesa; non c’è dubbio che fosse una boutique pretenziosa ed esclusiva ma, attraverso tutta la sua coreografia interna ed esterna di immediato richiamo e colpo d’occhio, aveva saputo raccogliere i favori anche dei molti che trovandosi, forse per caso forse senza scopo, davanti alle vetrine, decidevano di prendersi il gusto, per un colpo di testa ed un’allegria bizzarra, di dire di sì ad uno sfizio, di quando in quando…. ‘perché si vive una volta sola’.

Ma nella realtà di Nicole non c’erano, in quel momento, soltanto i suoi successi nel campo della moda. Incrociando le dita, anche per altre ragioni poteva ricominciare a guardare il mondo con un po’ più di speranza, pur non essendole sempre i motivi di soddisfazione del tutto evidenti. Il rapporto madre-figlio continuava ad essere di sostegno e collaborazione dolce e compagnona insieme; non è esagerato dire che Nicole aiutava Roberto in ogni modo che le fosse accessibile, soprattutto nel favorire gli sviluppi della sua vita di relazione, che rappresentava per lui il problema più sofferto: il ragazzo, che in tempi passati aveva disdegnato per un senso di malintesa superiorità che rivelava disagio l’ingerenza materna nelle sue vicende personali, ora riconosceva di avere en sa mère una infaticabile alleata, tanto che avvertiva la presenza del suo conforto anche quando non l’aveva fisicamente vicina. Che maman se lo attribuisse oppure no, era un merito anche suo se Roberto, lasciate da parte le sue incredulità, aveva cominciato a prendere in parola lo psichiatra; e se si impegnava a lavorare sul proprio animo, assecondando l’invito ascoltato durante una delle prime sedute e poi, successivamente, tante altre volte ancora: “Non buttarti via, non rinunciare ad essere te stesso; vivi senza paura la tua autenticità, rifuggi la facile banalità; evita di abdicare all’abitudine ed a quanto in te c’è di scontato; la tua personalità è ancora in formazione, ti dovrebbe essere possibile plasmarla e modificare gli aspetti che ti appartengono solo apparentemente. E’ un percorso coraggioso, forse di sofferenza, ma di grande soddisfazione”. La prima volta che gli aveva sentito dire queste parole, Roberto aveva pensato che rappresentassero, nell’economia della seduta, una parte di importanza marginale, pronunciate solamente per fare più rotondo l’intero approccio terapeutico, piuttosto che ai fini di una utilità concreta; più tardi, abbandonata l’illusione di guarire da un momento all’altro e conosciuto il fondo dello sconforto, era subentrata in lui una disponibilità disperata a provarle tutte; contemporaneamente si era domandato, finalmente incuriosito, il senso di quelle frasi, che ormai suonavano come una musica leggera, simili a suppliche sussurrate alle sue orecchie in un flatus, palesi o implicite nel contesto del messaggio che gli veniva trasmesso; si era dato pena, poco per volta, di riflettere sulle proprie inclinazioni di carattere e sulle aspettative di sé, compiendo lo sforzo di valutarsi e giudicarsi ogni volta che i suoi comportamenti non gli sembravano in linea con quelle. Se si rimproverava un atteggiamento scorretto, lo viveva come una sconfitta, ma dava immediatamente a se stesso un appuntamento di rivincita per l’occasione successiva, allorché si sarebbe ripetuto soltanto in modi sintonici con la propria coscienza profonda. Per Roberto era un esercizio di attenzione e scoperta, non facile, faticoso e quasi sempre anche doloroso ma, ciò che era importante, si accorse presto che funzionava; nella più riduttiva delle ipotesi, lo ripagava almeno in termini di autostima; e questo, anche fosse stato l’unico vantaggio, bastava e avanzava ampiamente a renderne giustificata l’insistenza nella pratica; ma soprattutto, giorno dopo giorno, lo modificava nello spirito e il suo comportamento diventava congruo con il suo animo e con l’ambiente.

Di rado Valentina incontrava Roberto direttamente; accadeva più frequentemente che si vedessero in tre, presente anche Luca, per un cinema a Montecatini, uno spettacolo serale al teatro Pacini o una partita del Volley-Pescia, squadra che militava nella serie B2 femminile: assistere alle competizioni in una palestra piena come un uovo, essi stessi protagonisti di un’atmosfera incandescente, i fischi, l’esasperazione ritmica dei tamburi, i boati di soddisfazione, tutto quanto era parte del momento di aggregazione più genuina, coinvolgente e liberatoria che i tre ragazzi potessero sperimentare.

Con tutto ciò, per il momento Roberto conduceva la propria esistenza in modo ancora perturbato, poiché rimaneva presente, nel fondo del suo animo, il senso di nausea intellettuale che segnava il suo vivere. Finalmente però, secondo la qualità della nottata trascorsa e del risveglio del mattino, cominciava ad alternare alle giornate nelle quali aveva il morale irreparabilmente sotto i piedi, altre in cui sentiva affiorare, dai gangli della sua psiche, un insperato umore, gradevole da assaporare.

Il suo motorino era da tempo chiuso nel garage: Roberto non se la sentiva di adoperarlo, temeva che i suoi riflessi non rispondessero adeguatamente alle sollecitazioni della strada e poi, quelle poche volte che aveva provato, era stato dissuaso da sensi di vertigine che la velocità anche non elevata e l’equilibrio instabile gli avevano procurato. Ma la casa con le vetrate, visitata di tanto in tanto con i suoi due amici, rimaneva un rifugio di quiete ed evasione dal quale, alla fine, soltanto l’orario ingeneroso del pullman di linea poteva distoglierlo.

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