Capitolo XXVI

Al di là della porta

A metà tra il romanzo di costume ed il noir. La protagonista trova il marito accasciato al di là della porta di casa e, per quanto gli inquirenti decidano, in base alle circostanze, per il suicidio, la donna si adopera per riconoscere l’autore o gli autori del delitto e giunge alla conclusione dopo innumerevoli vicissitudini. Il racconto mette a nudo diverse realtà della società di oggi, fra organizzazioni a delinquere e personaggi malavitosi o semplicemente ambigui, senza dimenticare l’attenzione al particolare geografico, nell’ambiente del levante ligure ben noto all’autore per avervi trascorso una importante parte della propria vita lavorativa.

Aldo Carpineti

Aldo Carpineti
È nato a Genova il 12 ottobre 1949. Dopo la gioventù genovese, liceo Classico e laurea in Giurisprudenza ha fatto del cambiamento un modo di vivere; si è spostato per lunghi periodi nel Veneto e nelle Marche, tre anni a La Spezia, sedici in Toscana, per poi fare ritorno ogni volta alla vegia Zena. Prima sottotenente di vascello in Marina, poi funzionario aziendale nelle relazioni industriali, è stato anche manager di gruppi professionisti di musica classica, barocca, jazz. Ha pubblicato Stanzialità e Transumanze (2003) riflessioni in epigrammi su argomenti di varia natura, Finestre su Paesaggi Miei (2004) due racconti di cui il secondo è un noir, La casa con le vetrate (2006), Un amore Maturo (2012). Fra tutte le cose che fa abitualmente non c’è nulla che gradisca quanto sedersi al tavolino di un caffè o di un ristorante in compagnia della figlia Giulia.

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Nov 8

Capitolo XXVI

Capitolo Ventiseiesimo

di Aldo Carpineti

capitolo ventiseiesimo

Gino, intanto, cominciava ad ammorbidirsi: il suo avvocato gli aveva fatto capire che, oltre ai reati commessi direttamente contro Delia, adesso doveva rispondere anche della partecipazione attiva al racket: non c’era dubbio che il giudice gli avrebbe rifilato decine d’anni da scontare; nella migliore delle ipotesi sarebbe uscito dal carcere ormai anziano. Se invece avesse reso una piena confessione su tutte le imputazioni e fosse stato d’aiuto per smascherare i mandanti dell’organizzazione, le cose sarebbero andate ben diversamente, chissà che non potesse beneficiare anche della legislazione sui pentiti. Gino ci pensò un paio di giorni, definì con l’avvocato la linea di difesa, infine si fece portare nell’ufficio di Roberti e scandì: “Voglio dire tutto”; il capitano convocò l’avvocato e altri due agenti di polizia come testimoni. Il carcerato cominciò dicendo: “Anzitutto mi chiamo Ippolito M. Ci sono altri tre portaborse, come me, fra i quali il giostraio del Romito, ma noi non contiamo niente. I capi del racket sono Ugo B. e Vito R. Ci mandano a destra e a sinistra a ritirare ‘il pizzo’ e ci pagano soltanto il disturbo, ma il grosso va a loro: c’è un giro, da Sarzana a Massa fino a Pontremoli, di molte centinaia di migliaia di euro. Inoltre Ugo compra e rivende merce rubata o taroccata. Fiorella è sul libro-paga dell’anonima di Ugo e Vito, ma nell’eseguire le disposizioni di questi due aggiunge una buona dose di sadismo tutta sua; il rapimento di Delia era un progetto voluto da loro ma molto gradito anche a lei: a loro per mettere fuori combattimento una imprenditrice scomoda, a Fiorella per vendetta personale”. I conti tornavano. Roberti diede un rapido ordine e due macchine partirono lanciando il loro urlo. “Sai qualcosa sulla morte di Mirko Bonelli?” chiese Roberti. “No, proprio nulla” disse con voce ferma Gino; e della sua deposizione si stese un verbale che firmò senza esitazioni. Nel giro di due ore vennero presi sia Vito sia Ugo: il primo venne trovato in azienda, l’altro in magazzino mentre controllava una partita di mele da spedire in Germania; arrivati alla stazione di polizia chiesero subito di parlare con Roberti senza la presenza di altri. Il capitano li fece portare nel suo ufficio. “Caro capitano – cominciò uno dei due - noi potremmo fare di lei un uomo ricco se solo lo volesse…” Roberti lo interruppe subito e chiamò tre dei suoi uomini: “Qui si configura anche un reato di tentativo di corruzione” e li fece portare in cella. “Li interrogheremo con calma” concluse.

Nei giorni successivi, in base alle loro indicazioni, vennero catturati anche gli altri “portaborse”, secondo la terminologia di Ippolito, e furono tradotti, tutti quanti, nelle carceri di La Spezia. Fu un’operazione di grande prestigio per la polizia locale: La Spezia, Carrara e dintorni erano state liberate da un incubo.

La prima a uscire da un brutto sogno era proprio Delia alla quale, peraltro, rimaneva ignota l’identità dell’assassino di suo marito. E questa, tutti lo sapevano bene, era la cosa che più le premeva. Anche per tale motivo, gli arrestati furono sottoposti a pressanti interrogatori, ma tutti respinsero sempre con grande vigore ogni addebito per quest’altro reato. D’altro canto, se avessero confessato anche l’omicidio, la loro posizione giudiziale sarebbe diventata definitivamente indifendibile. Ma, su questa imputazione, nemmeno il minimo indizio era emerso a loro carico, e si erano anche mostrati del tutto solidali reciprocamente. Fiorella, per quanto la riguardava, disponeva di un alibi di ferro: nel fondo della borsa che teneva sempre con sé aveva pescato, chissà come, fra le sue cianfrusaglie, un biglietto usato quel giorno per il traghetto partito da Piombino alle 14,15 e diretto all’Isola d’Elba.

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