Capitolo XXXVIII

La casa con le vetrate

Tre famiglie della borghesia medio-alta ed alcuni personaggi non di contorno vivono amori, amicizie e professioni scambiandosi confidenze ed affetti; si può considerare un romanzo di costume figlio di un certo cinema francese degli anni ’70 cosiddetto confidenziale o intimistico di cui Michel Piccoli è rimasto l’interprete più significativo insieme ad un giovane Gérard Depardieu.
Il racconto si sviluppa nella periferia toscana ma, pur nella attenta e particolareggiata descrizione dei paesaggi, potrebbe avere ambientazione ovunque per la universalità dei temi trattati. Si osservano qui gli animi umani nelle loro relazioni geometriche più sottili e complesse e si fanno oggetto di una trama che si snoda in situazioni molto vicine alla realtà e particolarmente aderenti al mondo di oggi. La casa, che compare fin dalle prime battute del romanzo, ha un chiaro significato allegorico. Questo romanzo, il più conosciuto fra quelli di Aldo Carpineti, è stato scritto in parte nell’ultimo anno del periodo toscano dell’autore e per il resto contemporaneamente al suo rientro a Genova.

Aldo Carpineti

Aldo Carpineti
È nato a Genova il 12 ottobre 1949. Dopo la gioventù genovese, liceo Classico e laurea in Giurisprudenza ha fatto del cambiamento un modo di vivere; si è spostato per lunghi periodi nel Veneto e nelle Marche, tre anni a La Spezia, sedici in Toscana, per poi fare ritorno ogni volta alla vegia Zena. Prima sottotenente di vascello in Marina, poi funzionario aziendale nelle relazioni industriali, è stato anche manager di gruppi professionisti di musica classica, barocca, jazz. Ha pubblicato Stanzialità e Transumanze (2003) riflessioni in epigrammi su argomenti di varia natura, Finestre su Paesaggi Miei (2004) due racconti di cui il secondo è un noir, La casa con le vetrate (2006), Un amore Maturo (2012). Fra tutte le cose che fa abitualmente non c’è nulla che gradisca quanto sedersi al tavolino di un caffè o di un ristorante in compagnia della figlia Giulia.

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Dic 30

Capitolo XXXVIII

Capitolo Trentottesimo

di Aldo Carpineti

capitolo trentottesimo

Valentina aveva saputo delle divagazioni amorose della mamma, e ne era rimasta sconcertata. Aveva rispettato le consegne del silenzio verso il babbo, tuttavia una sera, lontana dalle orecchie di questi, domandò: “Mamma, perché?” “Non so se potrai capirmi, Valentina – cercò di spiegare Giovanna – ma a volte ti capita di arrivare ad un punto in cui non c’è più nulla da utilizzare fra le cose che hai, perché ti sembrano tutte esauste. La noia, l’abitudine, la reiterazione, la ripetitività sono i peggiori nemici; ti assale il terrore di non poterne più uscire, e ti senti perduta. Poi passa a portata di mano quella che ti sembra la salvezza e ti dici che sei matta se non la cogli al volo: o approfitti o ti condanni ad una vita da zombie. Non ti dirò che inseguo un bel sogno, al contrario avevo bisogno di qualcosa di cui vivere. Forse non sono un buon esempio per te, Valentina, ma spero almeno di avere la tua comprensione; in fondo, non è diverso da quando tu lasciasti Luca per Roberto, ti pare? Ero arrivata ad essere invidiosa persino dell’amore di Nicole per Andrea e non tralasciavo occasione per beccarla e per sminuire lui, pur di vederla soffrire. Ora ho perso anche la sua amicizia e mi è difficile capire se ne è valsa la pena. Comincia un altro giro: cambia la ruota e cambiano i numeri estratti, si vincerà stavolta? neanche San Gennaro te lo sa dire”.

Era inevitabile che prima o poi accadesse, anche Giorgio venne a sapere da un vicino di casa, chiacchierone la sua parte, della storia fra Andrea e Giovanna. Lei non negò, ma l’avvocato non ne fu neanche troppo turbato o almeno non lo diede a vedere. Parlò alla moglie e le disse: “Io mi trasferisco ad abitare a Vellano, ma terrò qui il mio studio. Capiterà che ci si incontri ancora, nell’ingresso della palazzina o quando verrò a trovare i ragazzi: spero che manterremo sempre rapporti civili”. Giovanna pianse.

Crespi passava la mattinata, fino alle due, da uno all’altro dei diversi uffici giudiziari della provincia di Pistoia o comunque dove aveva impegni professionali, il pomeriggio tornava nello studio di piazza Santo Stefano e poi, a sera, se ne andava a Vellano nella sua casa con le vetrate. In fondo non gli era mai dispiaciuta l’idea di una vita di lavoro e di ritiro; non c’era cosa che gli piacesse tanto come la quiete dell’ambiente silvestre di Vellano e considerava la casa il suo riposo del guerriero. Confidandosi con un collega nella pausa di un procedimento davanti al Giudice di Pace, disse: “Sai, questa mia situazione non ha soltanto aspetti spiacevoli: per quanto mi riguarda, ho recuperato quel sano paganesimo del vivere che avevo perso di vista con il matrimonio; sono convinto che le religiosità della famiglia, della professione, del partito non hanno alcun senso: non c’è significato, a livello ideologico, nelle istituzioni; hanno soltanto un valore pragmatico quando qualcuno ne tragga vantaggio”.

Nello stile di vita famigliare, l’avvocato Crespi, nonostante i frequenti cedimenti alle richieste del maschietto, aveva preteso dai figli un certo rigore, ma gli era sempre mancato il tempo per rendersi conto di quanto lo avessero recepito. Giovanna, da quando cominciò la consulenza in cartiera, decise che Leonardo fosse ormai abbastanza grande per cavarsela da solo. Di conseguenza, del ragazzino cominciarono ad occuparsi prevalentemente le due collaboratrici domestiche o fantesche, come venivano chiamate in casa, non tanto in virtù di precisi incarichi ricevuti, quanto per una situazione di fatto venutasi a evolvere in questo senso. La sorella Valentina aveva ottenuto le chiavi di casa e la libertà di rientrare dopo cena; allargava a vista d’occhio la cerchia delle proprie frequentazioni e la sua vita era ormai del tutto indipendente. Una sera arrivò a casa, cercò sua madre e le rivelò: “Mamma, voglio dirtelo, ho un fidanzato”. “Oh – fece Giovanna - sono contenta; e chi è?” “E’ un ragazzo di Firenze”. “Ebbene, quanti anni ha, che cosa fa, non farti cavare le parole di bocca, dimmi, studia?” “Sì, è universitario, ha ventisei anni”. “Caspita, ventisei anni! mi sembrano un po’ troppi; tu ne hai solo quindici, Valentina, come lo hai conosciuto?” “Siamo andate in gita a Firenze in treno, io e delle amiche, una domenica, e abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi al bar Pazkowski”. “E cosa studia?” “Farmacia, ma è fuori corso. A tempo perso distribuisce le pagine gialle”. “Che cosa pensate, di vivere distribuendo pagine gialle? non mi sembra proprio il tipo per te, ragazza mia”. “Mamma, non vorrai darmi tu delle lezioni in fatto di relazioni sentimentali, vero?” Giovanna si sentì colpita da una frustata e le allungò d’istinto uno schiaffone secco sulla gota dalla carnagione ambrata: “Non ti permettere, non hai ancora l’esperienza per giudicarmi!” Valentina fece un gesto di stizza con la mano destra, non sprecò nemmeno una goccia di pianto e uscì nuovamente in strada, dirigendosi verso il Windsor, uno dei due pub in stile britannico del centro cittadino, dove contava di trovare compagnia.

Invece non c’era nessuno che conoscesse; nel giro di mezz’ora bevve un paio di birre alla spina chiare ad un tavolino incastrato nel corridoio fra il bancone e la parete di fronte; fece due parole con la ragazza che l’aveva servita, mentre questa ripuliva con cura le bottiglie sugli scaffali dalla poca polvere depositata dal giorno prima: “Quelle due bottiglie di birra irlandese, lassù all’ultimo ripiano della scansia, mi sembrano molto antiche; anche la birra acquista sapore con l’invecchiamento?” “No, la birra deve essere fresca, questi due sono pezzi da collezione”. Poi chiese al barman come mai non ci fossero i ragazzi della zona di San Michele; seppe che erano già passati, salutò e uscì

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