Domandiamo: fare il bene quando gli effetti siano riconoscibili oppure anche altrimenti?

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Domandiamo: fare il bene quando gli effetti
siano riconoscibili oppure anche altrimenti?

Donare le margherite a chi non sa apprezzarlo può essere atto utile?

di Aldo Carpineti

Alba genovese
Alba genovese

Il dilemma è: elargire soltanto quando se ne vede il vantaggio e gli altri sono in grado di apprezzare oppure donare a rischio di essere prodighi?

In azienda le iniziative hanno generalmente un senso quando il risultato utile sia misurabile, ma nella vita di tutti i giorni? Dobbiamo evitare di donare margherite a chi non le merita oppure il comportamento generoso è foriero di frutti anche invisibili e quindi sempre preferibile?

Secondo quello che mi pare, il solo limite da tener presente è rappresentato dalla necessità di non far troppo male a se stessi. Tutelarsi dai comportamenti altrui ma anche dai nostri è una costante che non va mai dimenticata. Il primo soggetto che dobbiamo salvaguardare è, salvo casi particolari, la nostra stessa persona. E ciò per una considerazione che pare elementare, secondo la quale se quanto facciamo ci porta pregiudizio presto non saremo più in grado di essere utili per nessuno; ma ancor più perché ognuno di noi ha diritto alla considerazione ed al rispetto e non dobbiamo essere proprio noi a togliercele. Una giusta dose di amor proprio e di autostima sono perciò alla base del nostro stesso vivere.

Posto ciò, ad abbracciata l’idea che questa premessa non va mai dimenticata, credo non sia indispensabile poter quantificare quanto di bene noi facciamo al mondo. In primo luogo perché tale misurazione è sempre difficoltosa e spesso poco identificabile, e poi perché fare bene è parte dell’ordine delle cose, avere gusto per l’utile pregevole è il modo di vivere migliore. Questa seconda osservazione è la teorizzazione di una impronta che possiamo dare, nel concreto, ad ogni nostra azione quotidiana. La prima coinvolge il riconoscimento della incapacità umana di interpretarere sempre i risultati dei propri atti: in realtà ciò che ci pare non aver prodotto risultati utili può suscitare invece conseguenze felici poco riconoscibili nell’immediato che però fruttificano nel tempo. Tanto per fare un esempio banale, è possibile che un soggetto approfitti della nostra disponibilità che gli dimostriamo: vero che il suo comportamento di risposta al nostro è l’opposto del meglio, ma come possiamo essere sicuri che il nostro atto generoso non abbia suscitato nel nostro interlocutore considerazioni e autocoscienze anche piccole, ma destinate a ingrandirsi nel tempo? Chi lo sa che non abbiano fatto germogliare in lui benéfici dubbi e ripensamenti?

Si dice che le strade del Signore sono infinite. Mi pare che anche senza scomodare il Padreterno si possa ritenere che le strade della coscienza umana non abbiano limiti. E quindi che ognuno si ritrovi in grado di accorgersi di risvolti che, sconosciuti prima, appaiano poi ad un certo momento della propria vita chiari a sé semplicemente per una diverso proporsi delle circostanze. Oppure anche per una maturazione del soggetto che, incapace in un determinato momento di rendersi conto di certe implicazioni dell’esistenza, le scopra e apprezzi in un secondo momento in virtù di una felice concomitanza di contingenze mentali atte a far progredire la raffinatezza del proprio animo e del proprio modo di pensare. Una maturazione che può essere del singolo ma, nella migliore delle ipotesi, anche della collettività e può perciò sortire effetti sociali generalizzati.

Il che non vuol dire pretendere di insegnare a vivere alla gente, di maestri meno autorevoli degli allievi è purtroppo pieno questo mondo: vuol dire invece semplicemente compiere atti che avvantaggino gli altri. Il cui effetto, anche di piccola portata, sia una crescita nell'altrui benessere. Tutto ciò ci sembra da perseguire e per queste ragioni rimaniamo convinti che agire per il meglio non sia un atto sprecato, mai. 

Domenica 16 febbraio 2020

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