Le quattro epoche della Comunicazione intervento in aula di Stefano Termanini

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Le quattro epoche della Comunicazione
intervento in aula di Stefano Termanini

Lezione on line introduttiva alla materia per un gruppo di allievi toscani

di Stefano Termanini

Stefano Termanini
Stefano Termanini
Gutenberg
Gutenberg

Gli storici della comunicazione dividono la storia dell’uomo in quattro epoche

Dalle pitture rupestri di epoca neolitica alla radio. Dai poemi omerici all’email. Tanto è importante la comunicazione per gli esseri umani che non è esercizio infondato né troppo fantasioso quello che divide la storia dell’umanità in quattro epoche. A ciascuna epoca corrisponde un modo prevalente della comunicazione. Prima l’oralità, quindi la scrittura, poi la stampa e l’epoca digitale. Ciascuna epoca ha propri caratteri: ne ha di primari e di conseguenti, perché, con il cambiare degli strumenti cambiano spesso anche attitudini e mentalità.

L’epoca dell’oralità

È difficile dire quando sia cominciata, ma certo quei nostri progenitori che all’incirca ventimila anni fa dipingevano il soffitto delle caverne di Altamira e di Pech-Merlevi raffiguravano un mondo intero di suggestioni, emozioni, fatti e quindi dati, ma anche simboli. Non lontano da dove scrivo, nel Ponente Ligure, nella regione dell’Imperiese, sul monte Bego e nelle grotte dei Balzi Rossi, ma anche nel Finalese, vi sono più piccoli, ma in ogni caso splendidi esempi della varietà di immagini che la cultura neolitica fu capace di produrre. Le immagini servivano a narrare, ma non erano ancora scrittura. Potevano forse, in qualche caso, essere di supporto a un racconto orale: era quest’ultimo il vero testo. Ecco, dunque, il periodo lunghissimo dell’oralità, da 25mila anni fa, forse 30mila, fino circa a 6000 anni fa, conosce testi, che vengono elaborati e mandati a memoria. Chi più sa, nell’epoca dell’oralità, più di altri ha ascoltato. E, siccome è molto difficile conservare un testo, poiché il solo modo possibile è immagazzinarlo nella memoria degli esseri umani, i testi sono considerati sacri e immodificabili, tramandati di bocca in orecchio in bocca, per generazioni. Non che non si innovi, non che non si compongano altri testi (così facevano i rapsodi ancora all’epoca di Omero, che, se mai è esistito, potrebbe essere vissuto intorno al 900 avanti Cristo), ma sapere e comporre erano processi straordinariamente lunghi rispetto al nostro modo di concepirli e, quindi, difficilmente praticati. Si componeva in poesia, durante il tempo dell’oralità, perché il ritmo favorisse la memoria e non è un caso, ma forse un relitto di una più antica cultura, che anche i più antichi filosofi di cui ci sono rimasti frammenti, gli enigmatici, bellissimi frammenti di Empedocle, filosofo acragantino, quelli di Parmenide e gli altri Eleati, descrivessero le loro teorie sul mondo in versi e con le immagini della poesia, né che Solone fosse ricorso ai versi per trattare di leggi e di politica.

La scrittura, d’un tratto

Chi abbia inventato la scrittura non si sa. I Greci, che riconoscevano il debito del proprio alfabeto ai Fenici, dai quali lo trassero, non senza modifiche, dicevano che inventore della scrittura fosse stato il re Danao. Un personaggio mitico, un portatore di luce agli uomini, un altro Prometeo.

Sappiamo che si imparò a scrivere, così come l’intendiamo noi, per gradi. I disegni divennero sempre più simili a simboli – e ci vollero migliaia di anni fino a che il processo fosse compiuto. Si scriveva, al principio, dipingendo (o scolpendo o tracciando su tavolette d’argilla) piccole figure, che divennero man mano sempre più stilizzate, sempre più semplici e ripetibili. La prima scrittura umana è pittografica e la si trova in Egitto e, ancora prima, nell’Asia Minore di Babilonesi e Sumeri. Secondo gli archeologi furono proprio questi ultimi gli inventori della scrittura. Chi la esercitava aveva un ruolo ben preciso e rilevante nella società sumera: erano gli scribi, deputati alla conservazione di una memoria che al principio della storia della scrittura – intorno a 6000 anni fa – fu soprattutto legata al possesso di terre e di beni o alla memoria di crediti e di debiti tra gruppi famigliari, clan, persone; quindi anche alla necessità di fissare leggi e norme, come nel codice di Hammurabi, re babilonese la cui memoria si lega al primo codice, iscritto su una stele di granito che ancora oggi si ammira al Louvre.

Gli Egizi introdussero tre rivoluzionarie innovazioni, destinate a una vita lunghissima. Tanto è vero che se ne fa ancora uso, con trasformazioni di relativa importanza. Invece di scrivere su argilla o pietra, gli Egizi fabbricarono la prima carta, intrecciando morbidi e spugnosi steli di papiro, pianta diffusissima sulle sponde del Nilo; quindi sostituirono lo scalpello e lo stilo con il calamo, una cannuccia di materiale vegetale, che fu la prima penna (temperata o tagliata in diagonale a un’estremità). Il calamo veniva intinto in una soluzione di nero fumo: il primo inchiostro.

Con la scrittura cambiano la società e il cervello degli uomini. Il sapere si ferma sulla carta o sulla pergamena e lo si tramanda, attraverso il tempo, oltre la naturale gittata della vita umana. Certo, i primi libri sono un prodotto manuale, sono pochi e sono rari; sono preziosi, ma il sapere degli uomini comincia a depositarvisi fuori degli uomini e questo accadeva, nella storia dell’umanità, per la prima volta. Uomini di ogni epoca potevano confrontare il proprio sapere con quello di altri, loro predecessori, più antichi anche di molte generazioni e prolungare il loro sforzo di sapere. Nacque l’idea che il libro, il quanto deposito di sapere, fosse sacro e si diede forma a luoghi in cui conservare i libri, in quanto tali, indipendentemente dalla sacralità di ciascuno e per la sacralità di tutti. Fino almeno alla biblioteca di Alessandria d’Egitto, fondata da Tolomeo, generale di Alessandro Magno e re d’Egitto, le biblioteche furono molto diverse da quelle a cui ci ha abituato l’epoca moderna, patrimoni di sovrani e potenti, segno di ricchezza. Anche i libri erano diversi: prima di essere codici, cioè simili a come li conosciamo noi oggi, erano rotoli. E il modo in cui li si produceva era uno soltanto: li si ricopiava a mano. A Roma e poi nel Medioevo anche questa – la produzione dei libri, copiati a mano – fu una piccola ma fiorente industria, nella quale lavoravano operai specializzati, scrivendo contemporaneamente sotto dettatura, in modo da produrre varie copie di uno stesso testo (più o meno corrette).

Nel Medioevo la trascrizione dei libri antichi, sia per salvarli all’ingiuria del tempo sia per farne più copie, fu un compito in cui si specializzarono i monaci. A quel tempo, infatti, i monaci erano i soli che avessero le competenze, gli strumenti, la tranquillità per dedicarsi alla copiatura dei libri. Dobbiamo loro, allo sforzo anonimo e secolare dei silenziosi monaci della regola di San Benedetto e, ancora prima, ai monaci di San Colombano, a Bobbio, se il sapere antico, pur con tante dolorose perdite e dispersioni, ci è giunto. Il libro, nei monasteri medievali, divenne opera d’arte. La scrittura stessa divenne un’arte, accompagnata spesso dalla miniatura.

A visitarla oggi, piccola e serena città tra le montagne e il fiume Trebbia, Bobbio offre un’atmosfera illustre ma compassata, limpida e quasi agreste. Benché serbi vestigia illustri del suo passato (l’abbazia di San Colombano, il castello Malaspina, varie volte ceduto e rimasto centrale nella storia di questi luoghi, almeno fino al passaggio di Napoleone), niente resta, oltre alla memoria, dello scriptorium in cui fu salvata tanta parte della cultura classica. Si calcola che poco prima de Mille a Bobbio si conservassero oltre 700 preziosi codici, un patrimonio unico, straordinario più ancora che ragguardevole per una biblioteca dell’epoca. Per la prima biblioteca pubblica, tuttavia, passarono ancora alcuni secoli, fin quando, cioè, Cosimo il Vecchio de Medici ottenne di annettere la collezione dell’umanista Niccolò Niccoli al convento domenicano di San Marco, a Firenze, eleggendolo a luogo di studi aperto al pubblico (1441).

La stampa rende i libri molto più disponibili

Non è Gutenberg a inventare la stampa. Prima di Gutenberg si stampava già, incidendo lastre di legno o pietra o metallo. Gutenberg inventò i caratteri mobili da stampa. Fu, cioè, il primo a pensare che una pagina di testo, che avrebbe potuto essere riprodotta a partire da un’unica matrice a rilievo, si potesse scomporre in tante unità: le lettere che ne facevano parte. E queste, una volta usate, si sarebbero potute ricomporre in un altro testo e così via. Un’idea semplice e geniale, che Gutenberg mise in atto dopo numerosi tentativi intorno alla metà del Quattrocento. Gutenberg era un orafo, figlio di una famiglia di orafi e coniatori, e conosceva molto bene le proprietà dei metalli. Fu, infatti, grazie a questo sapere che gli riuscì di produrre fusioni di singoli caratteri da stampa, con la superficie da impressione ben nitida e sufficiente durezza per riprodurre molte e molte copie. Nel momento in cui si inventa la stampa a caratteri mobili, ciò a dire un processo di produzione meccanica dei libri in grado di garantirne molte copie a prezzi sempre più accessibili, non tanto il modo di pensare, ma il rapporto con il sapere cambia. La lettura diventa più estensiva che intensiva: si leggono e si confrontano fra loro molti libri, molte e diverse tesi, vari saperi e, anche se comporre un libro a mano, al contrario, lettera per lettera, e stamparlo in grandi torchi, pagina dopo pagina, ci pare oggi tutt’altro che processo di semplice compimento, esso va confrontato con ciò che lo aveva preceduto. La stampa, cioè, fu un passo avanti gigantesco rispetto alla riproduzione manuale dei testi e rese pagine scritte e libri enormemente più disponibili, diffondibili, economici. La stampa fu anche un’industria. Industria artigianale, ma con tratti del successivo capitalismo: una stamperia era un’officina che poteva impiegare anche numerosi addetti specializzati secondo i diversi compiti, organizzati secondo diversi gradi di competenza (dal letterato che controllava i testi al garzone che spostava le balle di carta stampata o da stampare). Per produrre libri a stampa occorrevano investimenti di capitale, che venivano recuperati nel tempo. Inoltre, la produzione del libro, in senso stretto, richiedeva competenze e mansioni sia a monte sia a valle, dando da fare a produttori di carta, trasportatori, rilegatori, commercianti.

Per la prima volta nel 1709, in Inghilterra, con il Copyright Act, fu protetta la proprietà intellettuale dell’autore, sconosciuta al mondo antico. L’Inghilterra fu la nazione più precoce nel riconoscere all’autore un diritto a percepire compensi (o quote di compensi) sulle vendite dei propri libri. Per secoli si era scritto ponendosi sotto la protezione di un mecenate, come era accaduto nella Roma di Virgilio e di Orazio, al tempo di Augusto e Mecenate (appunto), o nell’Italia delle signorie. Un autore scriveva per il prestigio che gli derivava dalla sua opera, ma scrivere era un otium che si ripagava indirettamente e nessuna punizione, tranne l’infamia per i plagiari, sarebbe caduta su chi avesse riprodotto a scopo commerciale opere di altri escludendoli dai profitti. Ciò, almeno, fino al Copyright Act. In Francia una legge simile fu introdotta nel 1793, mentre la convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, valida a livello internazionale, è del 1886. Quasi recente.

La radio, la televisione, i media digitali nella società liquida

Siamo così alla quarta epoca della storia della comunicazione. Quella in cui ci troviamo e che non sappiamo né quanto durerà né a quale punto ci condurrà. Alla sua origine potremmo vedervi, quasi come un illustre e un po goffo antenato, il telegrafo elettrico Morse, impiegato per la prima volta tra Washington e Baltimora nel 1844 e poi la radio, dai primi esperimenti di Gugliemo Marconi a Colle dei Cappuccini, vicino ad Ancona (1904), alle prime trasmissioni voce all’inizio degli anni Venti del Novecento. Riprodurre, trasmettere, diffondere un testo diventa sempre più facile ed economico – anche se è sempre più costosa l’infrastruttura che questa economicità permette. Dopo la radio, la televisione è quasi un passo naturale, come aggiungere strumenti a una stessa partitura: nel 1925 l’inventore scozzese John Logie Baird fece la prima dimostrazione di un apparecchio prototelevisivo e, negli anni Trenta, cominciarono le vere prime trasmissioni televisive.

Con la televisione tutto cambia e poi cambia ancora e più con Internet: in pochi anni, con un’accelerazione che ha fatto attribuire al presente in cui viviamo la definizione di società liquida, un’etichetta, mai abbastanza citata e celebrata, coniata dal sociologo Zygmunt Bauman. In pochi anni, grazie alle nuove tecnologie delle reti, alla sempre più diffusa potenza di calcolo e memorizzazione di computer e smartphone, accadono fatti sorprendenti e meravigliosi. Intere biblioteche, cineteche, mediateche, immense quantità di informazioni, immagini, video, in ogni lingua del pianeta, sempre e subito, diventano disponibili per tutti gli utenti collegati alla rete. E lo diventano anche, sempre più, a basso costo, gratis o quasi gratis. Prodigi della contemporaneità. Meraviglie del Duemila (come scriveva Emilio Salgari centotredici anni fa). Ma si può credere che tutto questo sia privo di conseguenze? La società dell’informazione ha le sue spiagge dorate e i suoi mostri. Ridisegna i poteri mondiali, cambia i rapporti di forza e, se manca il filtro della cultura, se il filtro della cultura manca, entra facilmente nelle menti delle persone, nel loro immaginario, nella loro bacheca dei sogni e vi appende oggetti di ogni genere, ombre cinesi, illusioni, favole da baraccone gabbate per verità sensazionali. Il mondo meraviglioso del nostro presente – meraviglioso per le possibilità illimitate che si aprono dinanzi al nostro desiderio di sapere – ha per contraltare la liquidità di cui ci ha detto Bauman e perfino quel rischio di demenza digitale verso cui, senza alcun luddismo, ma con un senso critico meritevole di valutazione, ci ha avvertiti il medico e psichiatra Manfred Spitzel. Internet è anche un mondo rischioso, un luogo – dice Spitzer – in cui parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi; un mondo pieno di surrogati. Surrogati di amicizie vere, di socialità, di sapere. Può essere che Spitzer esageri, ma i rischi vanno conosciuti, per evitarne le trappole e imparare a godere e usare – e a far fruttare – la stragrande quantità di sapere e di potere (nel senso delle possibilità) che il nostro presente, internetico e liquido, ci offre.

Domenica 26 aprile 2020

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