Non crediamo come alcuni in un nuovo '68 riteniamo che gli strumenti oggi siano altri

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Non crediamo come alcuni in un nuovo '68
riteniamo che gli strumenti oggi siano altri

Il movimento di 50 anni fa necessario allora sarebbe oggi anacronistico

di Aldo Carpineti

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Si incontrano a volte persone convinte che la nostra società abbia bisogno di un nuovo ’68. I costumi sono così degradati dalla corruzione che viene dall’alto, le sperequazioni tra ricchi e poveri si sono fatte così marcate da far scomparire la classe di mezzo, che è stata nell’ultimo secolo l’artefice del boom e del benessere economico attraverso il proprio lavoro non strapagato ma redditizio.

Ergo, si dice, soltanto un nuovo sessantotto potrebbe rimettere a posto le cose. Per quanto convinti che, nel suo tempo, il ’68 abbia avuto una funzione decisiva nei diversi sensi della libertà di pensiero e dei costumi, nello spazzare via retrograde e ipocrite concezioni del perbenismo e della vita sessuale, noi siamo propensi a pensare che le modifiche alla nostra era debbano avere altre caratteristiche.

Per molti versi il ’68 si identificava con la protesta, un atteggiamento, dunque, di rottura con il passato e con le tradizioni, soltanto dalle ceneri del vecchio mondo poteva sorgerne uno nuovo. Per molti uno stravolgimento dei valori, è stato per altri una rinascita vera e propria; un respiro, che prima era soffocato, diventava invece profondo e continuo.

Non c’è dubbio che la società come la viviamo oggi sia ancora diretta derivazione di quel momento storico. Certo senza quella rivoluzione delle coscienze e degli animi saremmo ancora costretti a pensare ed a comportarci in termini di abitudini pesanti, poco trasparenti e sessuofobe. A quei tempi, quel che dicevano i vicini era ancora criterio determinante per la propria condotta.

Ma oggi il nostro mondo richiede altro. Non l’abbattimento della correnti modalità della vita in comune, ma una presa di coscienza da parte di tutti della esigenza di impegnarsi, ognuno al meglio di sé, per riprendere quota partendo dalle attuali basi. Non siamo una società senza principi, chi vive oggi sa distinguere quel che va fatto da quel che non va fatto; è presente alla coscienza di ognuno saper distinguere il grano dal loglio. Si tratta soltanto di agire di conseguenza, di prendere la decisione di essere corretti, una decisione che può costare rinunce e perdite di rendite di posizione.

Abbracciare un modo di rapportarci alla realtà globale come persone responsabili può far crescere il nostro vivere in comune. Riconoscere in sé e seguire nell’azione gli aspetti positivi del nostro animo e del nostro carattere rappresenta la chiave di volta collettiva e per ognuno di noi. Non è detto che dobbiamo distruggere quel che c’è, dobbiamo invece rimboccarci le maniche tutti perché dall’impegno possa risultare una situazione capace di generare benessere. La valorizzazione di noi, ecco quel che possiamo aspettarci.

Un sogno? Può darsi. Eppure a nessuno è richiesta la perfezione ma un volgere degli intenti a scelte quotidiane costruttive. Non vuol dire rinunciare a se stessi, che è la cosa peggiore che si possa fare, ma scegliere di volta in volta ciò che in sé si riconosce come il meglio. Mentalità e strumenti diversi da quelli di fine anni ’60, ma più immediatamente efficaci al recupero di una situazione mai compromessa del tutto, perché ancora capace di rispondere a stimoli ed indirizzi utili. 

Martedì 28 gennaio 2020

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