Parco di Luna

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***
-Cosa fa lei, nella vita?
-Faccio fatica.
-Ma di cosa si occupa, mi scusi?
-Mi occupo e basta. Come il posto libero, a teatro. E osservo. E ascolto. Emetto, talvolta.

Milena Antonucci

Milena Antonucci
Genova, 01/06/1979. Diploma di maturità classica, Liceo Statale Andrea D'Oria; 4 Diplomi di lingua inglese (livello Upper-Intermediate) riconosciuti dal British Council; Università degli Studi di Padova, Laurea Quadriennale in Lettere e Filosofia, 108/110 con tesi: “Per farla finita con il suicidato della società: la figurazione della tortura in Antonin Artaud”; esperienza (2001-2005) al Tam Teatromusica di Padova come performer; autrice del poema in versi Parco di Luna; docente del corso Voce d'ascolto presso Satura Associazione Culturale, autrice per l'omonima Rivista; incarichi ricevuti da vari editori per la traduzione di testi letterari dall'inglese all'italiano. Degna di nota la cotraduzione dell'antologia musicale contemporanea Sound Unbound, a cura di Paul D. Miller aka DJ Spooky That Subliminal Kid ed edita da Arcana Edizioni.

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Giu 2

Parco di Luna

Parco di Luna, La Chiave del Parco

di Milena Antonucci

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La Chiave del Parco

Chi vi sta in questo momento parlando è il custode del Parco che attende il vostro ingresso, poco oltre.

Si dice, di solito, questo: che ciascun parco abbia la propria entrata, la propria uscita e un guardiano, un guardiano, che ne possiede la chiave. Dovrebbero anche esistere orari stabiliti per l’apertura e la chiusura dei cancelli, così da fissare un dato momento in cui si concede ai visitatori, a tutti i visitatori, di entrare e passeggiarvi, sdraiarvisi, insomma diciamo pure, anche se mi sto ripetendo, visitarlo entro un limite massimo di tempo, oltre il quale io, custode, chiudo dietro di me il cancello restituendo riposo alla natura buia.

La situazione che vi ho appena descritto spesso però non corrisponde a ciò che effettivamente accade, per più d’un motivo.

Ma, per ora, occupiamoci d’altro.

Intanto, che cos’è un parco?

Prima di tutto, verrebbe da dire, un luogo pubblico, custodito ma pur sempre pubblico.

Un parco è uno spazio pubblico. Uhm.

Non solo.

Un parco è uno spazio… esteso.

Lo pare.

In realtà, è delimitato, recintato, chiuso.

Un parco… è scarso? Questo sì.

Scarso di spazio, scarso di pubblico ma anche scarso di privato. Del resto, se il parco si chiama parco e non… vasto, ad esempio, ci sarà pure un perché.

E il motivo, del parco?

Perché esiste il parco, esiste un fine, al parco?

Di che cosa si tratta, esattamente?

Scarso di privato. Scarso di privato.

Parco di privato.

Attenzione, signori, attenzione.

Scarso di quanto c’è stato privato perché reso pubblico.

Ciò che, già parco, venne reso pubblico.

Voglio dire, anche se comunque il parco resta in un certo qual modo pubblico, rappresenta quel poco di privato che ciascuno si deve concedere e custodire per non permettere di venirne privato.

Privato, poi, significa singolo, e mai omologato.

Environments in danger.

Parco s’offra.

E che cosa s’offre?

Ciò che s’offre è un cammino, un viaggio, e che sia poco o un parco, forse poco importa.

Parco importa.

Meglio ancora: il parco può guadagnare importanza proprio se non considerato come poco, ma come ciò che importa.

Ciò che porta dentro e custodisce.

Per quanto ne soffra.

Si presuppone quindi un esterno, e vi è esterno ogni qual volta si vada oltre la porta, appunto.

Ogni qual volta la si volti.

Torniamo adesso a quanto accennato prima.

Non sempre accade quanto previsto.

Delle volte capita che distrattamente io scordi di chiudere i cancelli, altre che qualcuno riesca a scavalcarli o che tenti di forzarne la serratura.

C’è stato poi chi la notte, con fare sospetto, s’aggirava lungo tutta la recinzione brandendo una torcia, ispezionando con sadico godimento tra i cespugli, come se improvvisamente gli si dovesse rivelare qualcosa di assolutamente proibito, forse un privato, ma scarnificato.

Una visione d’orrore.

Mi piace infine pensare che esistano dei giorni,

in cui io dimentico d’osservare,

in cui presenze passino attraverso i cancelli, le recinzioni,

e senza sforzo,

ciascuno in momenti differenti.

Ma solo, solo una volta, fino ad ora,

m’è capitata la sorte

d’assumere del personale, dentro il parco…

… e non vorrò, mai più, avere dipendenti.

Prego.

Entrate.

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