Aldo Moro: la politica come agatofilia

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Aldo Moro: la politica come agatofilia

Continuiamo in questo 40ennale della strage di via Fani l'opera di disseppellimento del pensiero di Aldo Moro

di Gianluca Valpondi

Aldo Moro
Aldo Moro

Una volta il card. Ruini disse che Maurice Blondel era il filosofo del Vaticano II… Beh, penso, sollecitato anche in tal senso da Bartolomeo Sorge, che Aldo Moro sia il politico del Vaticano II. Se non fosse stato ucciso dall’invidia dei mediocri, Moro con tutta probabilità sarebbe diventato il nostro migliore presidente della Repubblica, e l’Italia ora avrebbe un altro volto, e forse gli italiani sarebbero meno schifati di una politica che, tra l’altro, ancora non dà risposte convincenti alle domande sulla morte di un autentico amico del popolo. L’umanesimo “moroteo” altro non era che l’umanesimo cristiano, anche se molti non lo capiscono. Ma diamo volentieri, e a lungo, la parola a questo umile e coraggioso maestro di umanità, che va disseppellito.

«Da più parti si annunzia un nuovo individualismo insorgere nell’Italia e nel mondo come reazione alla lunga oppressione collettivista. L’uomo nella sua individualità, nei valori, che son propri della sua persona singolare, torna a essere protagonista della Storia, la quale assume, per la nuova operante intuizione degli ideali della vita, un carattere più minuto, più semplice, più interiore, più umano. Ben venga dunque questa riforma delle idee e dei costumi che attendevamo da anni di appassionata dolorosa reazione e che attendiamo ancora, imponendoci una fiduciosa speranza, poiché la vita democratica ristabilita in Italia non ci ha mostrato in oltre un anno un tale rinnovato umanesimo. E intanto giova precisare i limiti entro i quali il nuovo individualismo non solo può essere accettato, ma costituisce altissima meta della purificazione morale che, provocata immediatamente dalla crisi della guerra, è in atto in tutto il mondo. Certamente l’individualismo di cui si parla non può essere identificato con egoismo e solipsismo. Se così fosse, questa richiesta di nuovo si risolverebbe senz’altro in un ritorno all’antico e finirebbe per porre quelle premesse che hanno condotto, per una ragione naturale, dall’atomismo democratico alla dura, eccessiva, unilaterale nazione collettivista, la quale poi, incapace di stabilire un ordine sociale cosciente e libero, per aver esaurito le risorse della persona, riproduce in fondo l’egoismo che voleva combattere. Se noi, stanchi di una così dura vicenda, disgustati dei miti feroci che sacrificano l’umanità, chiediamo che l’uomo ritorni protagonista nella vita con una piena responsabilità, con effettivi poteri di controllo e di difesa, non vogliamo con ciò condannare la società come inutile e oppressiva. Noi riconosciamo invece la naturale socialità dell’uomo, la socialità come intrinseca alla sua spiritualità. Ma c’è modo e modo di intendere la società e di far partecipare la persona al consorzio umano. C’è una società che è essa stessa espressione di umanità e libertà; che completa l’uomo e non lo soffoca. C’è una società invece che esaurisce la vita del singolo, che gli richiede continuamente sacrifici per ragioni incomprensibili, che gli impedisce di proporsi altre mete che non siano quelle assegnate con barbaro arbitrio dalla collettività. Perciò, se noi vogliamo salvare l’uomo attraverso la società, richiamandolo al dovere e alla gioia dell’amore, abbiamo poi il dovere di sollevarlo dalla società, qualora questa pretenda troppo o chieda cose che non sono umane. Questo problema è gravissimo e domanda, per essere risolto, una vigile, continua attenzione pronta a cogliere i mille inganni che la vita sociale presenta. Infatti, mentre è importantissimo avere in proposito idee chiare, occorre poi che queste costituiscano un criterio sicuro e operante per vagliare la vita storica, soprattutto nei suoi aspetti politici, e giudicarla sotto questo fondamentale profilo con inesorabile severità. Così non basta che una organizzazione sociale si proclami democratica e rimetta in primo piano l’uomo e accetti di essere indirizzata e controllata da ogni persona che ne sia membro, per essere sicuri che in quella situazione l’uomo non sia compromesso. Non si tratta di parole purtroppo, ma di sostanza e la sostanza è salva indipendentemente dalle forme e dalle espressioni verbali e magari contro le une e le altre. Poiché la vita dell’uomo è naturalmente sociale per una inderogabile esigenza dello spirito, poiché, del resto, l’essere inserito in aggruppamenti umani e organismi politici è, in via di fatto, cosa inevitabile, occorre contenere l’azione di governo in quei limiti nei quali essa è veramente necessaria, controllarla in questi limiti, con una continua vigilanza, lasciare che si svolgano libere soprattutto quelle attività che hanno carattere più squisitamente personale e che esprimono le mete veramente umane della vita individuale. Intendiamo alludere alla religione, al pensiero, all’arte, alla vita morale. In questo campo l’azione di governo è, per quanto goffa e odiosa, per tanto impotente. Meglio è che si rinunci a dominare quel che non può essere per sua natura dominato. Ed è indispensabile, d’altra parte, che questa rinunzia avvenga, se l’uomo non deve essere sottoposto alla più feroce oppressione che riguarda quello che è, senza dubbio, più intimo in lui. Ciò non vuol dire che queste attività debbano svolgersi solitarie con assoluta indifferenza nei confronti degli altri uomini, che hanno pure essi quei problemi e sono in grado di intenderli e di collaborare. Ma la libertà trova essa sola il suo incontro ed è più ostacolata che agevolata da grossolani interventi dall’alto. Lasciamo dunque che l’uomo viva la sua vita nella società e per la società, ma che la viva in pieno, lui solo che non può essere sostituito in iniziative che hanno il segno inconfondibile della personalità. E lasciamo all’uomo, finalmente, il tempo, lo spazio, il modo per vivere questa vita personale che è la sola seria e ragionevole. Diamo a quest’uomo un po^ di pace e di respiro. Tutto ciò è squisitamente cristiano, anche se i cristiani, ora, non sembrano molto sensibili a queste cose. Esse sono invece nello spirito della nostra tradizione, in quella libertà spirituale che il cristianesimo ha portato e che vuol sollevare l’uomo dalla vicenda turbinosa della politica, per restituirlo alla sua dignità e intimità, al rapporto con Dio che implica adesione libera e feconda a ogni cosa bella e buona della vita.» (in Pensiero e vita, 3 marzo 1945)

Quanta fiducia nell’uomo! Nell’uomo “naturalmente” cristiano. Quanta incrollabile fede nell’essere l’uomo fatto per Dio! Quanto amore per la libertà, in quanto condizione per amare la verità! La politica allora come attività per la liberazione dell’uomo, per la liberazione del bene dell’uomo, la politica come agatofilia (cf Giovanni Turco, La politica come agatofilia), amore per il bene, per il bene che si diffonde da solo, è diffusivo di sé, non ha bisogno di costrizioni, se non quelle che gli permettono di liberamente e creativamente espandersi, nel singolo e nella società. La politica che vuole il bene integrale della persona umana sarà promotrice di quella libertà nel bene la quale a sua volta non potrà che generare uomini atti ad una responsabile partecipazione alla vita politica stessa. Quando invece la politica pretende di obbligare l’uomo a venir meno ai suoi doveri morali attraverso leggi che feriscono una coscienza rettamente formata, diventa totalitarismo, più o meno dissimulato. E quando l’opera di propaganda demagogica che prepara e accompagna l’emanazione di leggi disumane arriva al punto di manipolare in profondità le coscienze della massa, occorre scuoterci dal sonno stanco delle nostre anime (cf Medjugorje) e ricordarci che “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Apriamo bene gli occhi del cuore per scorgere in noi e ovunque e in chiunque e ad ogni costo far maturare e fruttificare con l’amore i semi del Verbo, che ha assunto la nostra natura e attende le nostre persone.

Lunedì 17 settembre 2018

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